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Rivista Camminare

Un pò di logistica

 

Venerdi 18/05/2012

ore 12,00

arrivo del Team e consegna del materiale Lagunafuni:

-410 metri di cavo da 14 mm zincato secco

-400 metri di corda statica da 10 mm

– 1500 metri di corda da 8 mm rossa

– 1 tir fort da 1600 kg con 80 metri di cavo

-1 cinghia da sollevamento grigia lunga 5 metri

– 2 campanelle da 8000 kg

– 2 grilli a “omega” da 8500 kg

– 30 maglie rapide da 8mm

– 2 rane

– 3 capocorda a cuneo

-2 redance

-11 morsetti

Posizionamento del rullo da 260 metri su cavalletto

13,00

arrivo della gru che porterà parte del materiale in cima al campanile

Pranzo e riunione

Allestimento del campanile:

un paranco per issare il cavo, due agganci per le “tiroline” a cui verranno appesi e fatti passare i due cavi, un sistema di freno per regolare la discesa del cavo, una corda per le calate “veloci”

La mente sospesa

 

La camminata del funambolo è un atto teatrale assolutamente ridotto all’essenza, è un atto di Verità e come tale simbolo fortissimo che parla all’inconscio dello spettatore. Il teatro è il luogo della Verità. Generalmente si pensa che il palcoscenico sia il luogo della menzogna, della “recitazione” in senso opposto alla vita reale che si svolge per le strade, nelle case ecc … ma non è cosi o meglio non è SOLO così.

Per la mia esperienza camminare sul filo, sospeso nel cielo, è il un modo di entrare in contatto con la verità dell’essere. Così sul palcoscenico, se si vuole che il pezzo funzioni, quindi arrivi al pubblico e provochi, deve esserci la Verità.

La differenza è tra fare o essere, io posso fare il personaggio che mi è stato assegnato o esserlo e c’è una differenza enorme.

Sul filo non si può mentire non può esserci differenza tra il fare e l’essere e quando fare ed essere coincidono si ha un atto di verità. Chi fa il teatro in questo modo si trova al cospetto del Sacro, viene educato direttamente dalla Verità dell’essere, conosce il Valore e la Qualità.

La verità si definisce qui non come l’aderenza ai fatti o il coincidere di oggetto e soggetto, ma come un vissuto e la metafisica diventa un fare. Questa verità non la si raggiunge con una lunga catena logica, la mente viene usata per scalzare se stessa, alla fine del suo lavoro la mente viene sospesa. Non solo nel senso di sollevata dal suo incarico ma anche nel senso di elevata, così che dall’alto, al disopra dei suoi stessi meandri logico-razionali, possa vedere i suoi schemi e demolirli.

Alla domanda che spesso mi viene posta “ cosa pensi quando sei sul cavo?” rispondo “ a niente, se pensassi non partirei neanche, non farei neanche un passo o a metà mi bloccherei”.

La mente pensa , i piedi camminano, io sospendo la mente e lascio che i piedi camminino, senza meta, senza sapere né dove vanno, né quanta strada devono fare. Una mente sospesa toglie la pressione dell’obbiettivo, lascia che ogni passo abbia un valore in sé, cessando di essere un passo per arrivare da qualche parte, uno dei tanti, il 62 esimo o il terzo o il penultimo o il primo. Mezzo e fine coincidono. Così ho scoperto il valore di essere presenti a quello che si va facendo e non conta più cosa si fa ma inizia a valere come lo si fa. Ogni gesto, ogni atto ha un valore se fatto onestamente, con la totale partecipazione che è richiesta per camminare su un cavo sospeso a 90 metri dal suolo o per calcare un palcoscenico e darsi al pubblico.

Questa è la presenza scenica richiesta, l’essere lì dove sei a fare quello che fai. Qui sta il rischio metaforico dell’attore, fisico del funambolo : la morte del proprio io per rinascere nella dimensione del sacro. La morte rito di passaggio per una rinascita. L’attore abbandona il proprio io per nascere nel personaggio interpretato, il funambolo lascia alla partenza il proprio io e deve accettare il rischio di non incontrarlo più. L’io è troppo piccolo per gestire gli spazi e le energie di una grande traversata, non posso contare sulla mia piccola dose di essere, devo fare appello all’Essere. Il mio piccolo io lo lascio espandersi e fondersi con l’uno: di fronte al vento non lo contrasto, mi faccio piccolo poi più piccolo fino a non opporre che una resistenza puntuale e poi ancora un pò più piccolo finché quel punto sparisce e io non sono più, sono vento.

In questo sacrificio si trova la libertà, la libertà di un albero, che è prima di tutto libertà “da”, dalle costrizioni, dalle aspettative, dal passato, dai pregiudizi, dai pensieri e dagli obblighi. E’ il tipo di liberta che lascia essere, la tabula rasa che sta alla base del teatro, che permette di smantellare la propria gestualità per creare quella del personaggio. Alla base ci deve essere il silenzio, l’assenza.

Sul cavo, dove ogni possibilità è annullata per lasciare posto ad una unica via, si trova la massima libertà. Le contraddizioni sono la leva per scalzare la ragione e aprire le porte al vero, come i koan dello ZEN.

Una libertà di questo tipo è come una diga che si rompe e lascia fluire l’essere che prima conteneva. Mette di fronte ad un altro aspetto importante dello sviluppo della persona:la scelta e le sue conseguenze. Quando il tuo essere è libero dalle costrizione esterne sei tu responsabile delle direzioni che prende, non puoi più incolpare qualcun altro, fai i conti con le tue responsabilità e i tuoi limiti.

Messo di fronte al tuo essere, nudo e schietto ne vedi subito i difetti e i limiti. “non vi è nulla come il pericolo per mettere a nudo l’uomo, levargli la parte, strappargli il copione. Nel pericolo estremo, di fronte alla morte, l’individuo rivela chi è, lo grida forte a se stesso”(Mauro Corona, Come sasso nella corrente). Sta poi a te con un lavoro duro iniziare a vederne le potenzialità e i pregi. Inizi a lavorare con ciò che c’è, un lavoro onesto e reale. Capita subito di vedere tutti gli aspetti che ti impediscono di essere come vorresti o di fare ciò che vuoi, dappertutto vi sono ostacoli alla realizzazione del personaggio che immaginavi o dello spettacolo che volevi. Se si riesce ad andare oltre e si inizia il vero lavoro duro si abbandonano il voler essere, il dover essere, per fare i conti con l’essere che possediamo o che ci possiede. Lì ci sono le potenzialità e le verità del personaggio o dello spettacolo. Ciò che sembrava un limite alla realizzazione di questo o quello diviene la via per realizzare qualcosa di più autentico, originale e onesto. Non si tratta di lavorare con ciò che c’è come un accontentarsi ma di scoprire il vero valore di ciò che siamo.

Di questo essere e del mio essere funambolo in particolare fa parte la paura. Ho ritenuto assurdo cercare di annientarla, l’ho presa sotto braccio e l’ho portata con me come una amica, una amica che ogni volta mi avvisa del pericolo, mi mette in guardia, mi tiene attento.

I nostri limiti non sono impedimenti, sono parte di noi, questo è il solo modo che abbiamo per poterne fare i conti e magari spostarli un pò in là. Se fossero ostacoli fuori di noi sarebbero oltre le nostre possibilità di intervento.

Il progetto

Due anni or sono il direttore artistico del Festival “Artisti in Piazza” mi parlò di una sua idea, unire i colli diPenna e di Billi,
tra i quali sorge l’omonimo paese Pennabilli, con una traversata.
I colli distano all’incirca 250 metri l’uno dall’altro e l’altezza del cavo sarà nel suo punto massimo,di 90 metri.


Immaginate di prendere un cavo molto, molto lungo,

srotolarlo,

assicurarlo ad una collina,
farlo correre attraverso un paese,
agganciarlo dall’altra parte,
tenderlo,
controventarlo
ed, infine
camminarci sopra…

Stiamo lavorando per mettere in atto questo progetto ed queste pagine vi racconteranno come!

Visuale dal punto di arrivo, del punto di partenza

Visuale del punto di partenza, dal punto di arrivo


Andrea Loreni e il suo staff
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